Ottant’anni di Repubblica rappresentano un traguardo di stabilità istituzionale che, sulla carta, dovrebbe sancire la maturità di una nazione. Eppure, osservando il clima che accompagna questo anniversario, ci si scontra con un paradosso stridente: mentre le istituzioni celebrano la tenuta della democrazia, sui muri (fisici e digitali) ribolle di una conflittualità che spesso travalica il dissenso per sfociare nell'astio puro.
Il "problema" che emerge in questo 2026 è la tensione tra la solennità dei valori repubblicani e la volatilità di un dibattito pubblico sempre più degradato. Come possiamo onorare un’eredità fondata sulla partecipazione civile quando l'insulto diventa il linguaggio d'elezione? Oggi a Firenze si sono registrate minacce dirette alle cariche dello Stato, ci costringono a chiederci se la nostra democrazia sia ancora un terreno comune o se stia diventando una trincea.L'episodio avvenuto nel sottopasso del Campo di Marte, funge da cartina di tornasole di questa deriva. Le scritte offensive e le minacce contro il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, non rappresentano una forma di critica, ma un sintomo di degradazione civile.
Esponenti politici come il senatore Paolo Marcheschi e l’eurodeputato Francesco Torselli hanno evidenziato l'ironia amara di questi gesti: usare il giorno in cui si celebra la nascita della democrazia per compiere atti che ne negano i presupposti fondamentali. Quando il confronto politico viene sostituito dall'aggressione, il tessuto democratico si logora. Come sottolineato da Marcheschi: "È l'ennesimo gesto vile che chi non è in grado di accettare il confronto democratico compie per esprimere l'unica cosa che sa manifestare: l'odio."
Approfondimenti
Delineare il confine tra dissenso legittimo e "gesto vile" è fondamentale. Se non siamo in grado di distinguere la dialettica politica dall'odio sistematico, rischiamo di smarrire il senso stesso della convivenza civile che la Repubblica garantisce da otto decenni.
Per comprendere la gravità di certi strappi, occorre ricordare la forza del momento in cui tutto è iniziato. Il 2 giugno 1946 fu un terremoto democratico silenzioso: per la prima volta, quasi 13 milioni di donne italiane entrarono nelle cabine elettorali, rivendicando un diritto negato per decenni. Ventuno di loro entrarono nell’Assemblea Costituente, diventando le madri architetto di una casa comune basata sulla dignità della persona.
Quel voto non fu solo una scelta tra Monarchia e Repubblica, ma l'adesione collettiva a un nuovo modello di civiltà. Secondo le fonti storiche, gli italiani scelsero allora di scommettere su tre pilastri inscindibili:
- Libertà
- Democrazia
- Partecipazione
Questi valori non sono stati concessi, sono stati conquistati da un popolo che ha saputo trasformare le macerie della dittatura in responsabilità politica.
Ottant'anni di storia ci consegnano una verità scomoda: la libertà e la pace non sono mai conquiste definitive. Sono beni fragili che richiedono una manutenzione quotidiana, fatta di memoria, studio e rispetto delle regole. Siamo pronti, come cittadini, a difendere i confini della nostra democrazia quotidiana con la stessa forza di chi, ottant’anni fa, ha scelto per noi la libertà?